4 Jun
Vince John Mc Cain. A 153 giorni dal voto americano, e dopo non averne azzeccata una nel corso delle primarie, mi lancio nell’ennesima scommessa, sperando questa volta di prenderci. A poche ore dalla chiusura delle primarie democratiche dopo cinque mesi di lotta fratricida, il risultato é un Obama che festeggia il numero di delegati per la convention di Denver, ed una Clinton che non menziona la parola sconfitta e che tantomeno riconosce la vittoria dell’avversario.
Il peggior risultato possibile per i democratici, che dopo una campagna che ha diviso nell’animo il partito ed il suo popolo, ora si ritrova in una situazione di tensione e di incertezza rispetto alle decisioni che Hillary prenderà.
Il contaggio finale dei delegati non é schiacciante a favore di Obama, che pure ha dalla sua la maggioranza, ma le tendenze, in politica, hanno il loro peso: Obama ha inaspettatamente guadagnato molti voti nella prima parte delle primarie, forte anche di un’ondata di novità e di atteggiamento mistico alimentato dalla stampa americana. Da quando pero’ l’effetto novità si é pian piano dissolto, Obama la ha prese, e spesso anche di brutto, dalla Clinton, con scarti che spesso hanno rasentato la soglia del doppiaggio, ed ha perso in tutti i grandi stati che tradizionalmente sono essenziali alla vittoria per le presidenziali di novembre.
L’analisi é piuttosto logica: l’effetto novità ha fatto accumulare un certo vantaggio ad Obama all’inizio, ma man mano che si scavava più a fondo sul candidato e le sue proposte, gli americani han man mano preferito abbandonare un generico e vuoto “Yes, we can” (il “si puo’ fare” di veltroniana memoria, che avrebbe dovuto sfondare al centro ed arrivare alla pari col centro-destra, e poi si é visto com’é andata) per chiedersi “what we can?”.
Non é da sottovalutare il momento particolare che l’economia mondiale attraversa, con incertezze sul futuro e nuove importanti sfide da affrontare, e gli elettori spesso dimostrano di preferire la concretezza e l’esperienza agli slogan bollicine ed al loro contorno di grande stampa e divi di Hollywood.
Da qui la quasi rimonta di Hillary, da qui la sua vittoria nel voto popolare e negli stati più importanti, da qui la sua tenacia a non mollare facilmente la battaglia.
Mentre da una parte ci si scannava per mesi, nel campo repubblicano troppo frettolosamente etichettato come perdente ancor prima che la corsa iniziasse, un uomo solo é al comando da molte settimane, e da ormai molto tempo ha iniziato la sua campagna presidenziale, con il partito compatto e soprattutto con un bagaglio di esperienza e concretezza che gli americani ben conoscono, dando quell’essenziale sensazione di rassicurazione di cui parlavamo sopra.
Una lotta intestina che dura da mesi e che non potrà non lasciare il segno nell’elettorato oltre che nel partito stesso, un candidato nuovo che col passare del tempo e man mano che si scava a fondo perde consenso e sbanda sensibilmente verso sinistra, un candidato estremamente conosciuto e popolare che ha già avuto modo di dimostrare la sua esperienza ed una situazione economica complicata; ecco perché, nonostante la sbornia dei giornali, dei divi e degli intellettuali, che ormai troppo spesso hanno dimostrato di essere totalmente scollegati dalla realtà e dal cosidetto paese reale, la partita di novembre corre su un solco già tracciato.
A meno che Hillary…
5 Feb
Ci siamo. Ventiquattro stati che percorrono da est ad ovest e da nord a sud gli Stati Uniti, oggi decidono un buona parte della prossima corsa alla Casa Bianca del prossimo novembre. Oggi è il Super Tuesday, con quattro candidati ancora ragionevolmente in corsa: Obama e Clinton per i Democrats e Romney e McCain per i Republicans (con l’incredibile outsider Mike Huckabee, vincitore morale della campagna, anche per la simpatia di alcuni spot come questo, ma senza alcuna possibilità di vittoria), e con due partiti che giocani la battaglia di oggi in situazioni molto diverse, e con regole diverse. È quindi possibile che oggi finirà la corsa repubblicana, con un John McCain lanciato verso la nomination e con il sempre crescente appoggio dell’establishment repubblicano, oltre che dell’elettorato visto il buon vantaggio nei sondaggi nella maggior parte dei gioielli in palio oggi, come New York, New Jersey e California, e perché le regole del GOP assegnano in molti degli Stati in palio tutti i delegati per il vincitore. Mitt Romney, partito con grandi speranze ed una montagna di soldi da mettere nella campagna, si gioca tutto in California, forte di alcuni sondaggi che lo danno in avvicinamento a McCain, e tenterà di difendere il Massachusets, Stato di cui era governatore, per tentare di restare in gioco. In campo democratico, i giochi sono più complessi anche a causa di regole diverse per primarie in cui può succedere che chi perde lo Stato vinca invece più delegati, come aveva già fatto Obama in Nevada. I commentatori si domandano quindi: dovremo tenere in considerazione più le vittorie degli Stati o il numero dei delegati? Certo è che i candidati si fionderanno fin da subito ad annunciare le vittorie degli Stati, sperando di creare un effetto positivo di immagine per il proseguo della loro campagna, che molti pensano durare ancora per alcuni mesi, vista l’incertezza in campo. Clinton è in vantaggio in tutti gli Stati più importanti, anche se con margini più o meno ballerini, e con l’incognita del destino degli elettori di John Edwards, che se in tanti avevano dato per certi verso Obama, ora iniziano a risultare di più difficile collocazione. Una lunga lunga notte, che inizierà all’una in Italia con la chiusura dei seggi in Georgia (data per scontata verso Obama, vista la prevalenza dell’elettorato nero), fino alle cinque del mattino quando la California chiuderà i seggi, e che visto l’orario non seguiremo in diretta come si era inizialmente pensato, ma vi aggiorneremo domani, quando lo spoglio sarà finito anche a Sacramento, e vedremo cosa ci aspetta nei prossimi mesi.
27 Jan
Nel campo democratico, mentre si sta votando in South Carolina, oltre ai due maggiori candidati che non starò nemmeno a nominare causa indigestione mediatica, imperterrito resiste l’ex candidato alla vice presidenza John Edwards, solitamente considerato come interprete della parte più di sinistra del partito democratico.
Nonostante un buon risultato in Iowa, dove ha battuto persino la Clinton, Edwards è totalmente ignorato dai media americani (e, di conseguenza, esteri), troppo presi dalla loro luna di miele mediatica con la sfida all’ultimo sangue tra il candidato nero e la candidata donna, ed in ogni caso la sua candidatura non decolla, anche un po’ per colpa di questo silenzio televisivo, e molti osservatori si domandano fin dove possa arrivare, e se non sia il caso per lui di ritirarsi dalla contesa.
La South Carolina potrebbe forse riservare delle sorprese e riportarlo improvvisamente in campo, essendo il suo stato, ed avendo già vinto qua quattro anni fa (dove però la contesa democratica era più aperta, tant’è che vinse un candidato come Kerry), ma Edwards in ogni caso non molla, ed i responsabili della sua campagna dichiarano che l’obiettivo è di arrivare alla convention nazionale dei democratici con circa 400 delegati sui 2025 necessari per vincere la nomination nazionale, e poi di giocarsela direttamente al congresso.
Una brillante tattica o una mossa per tenersi buone delle possibilità per riottenere magari la nomination per la vice presidenza? Intanto ecco come, dal suo punto di vista (ed in effetti non è tanto sbagliato) i media stanno trattando la corsa a tre in casa democratica:
23 Jan
Alcuni mesi fa i tg ed i giornali italiani davano ampio risalto alla partecipazione del Sindaco d’America, Rudy Giuliani, alla corsa per la Casa Bianca in campo repubblicano; tuttavia dall’inizio delle primarie e dei caucus il ruolo di Rudy è stato del tutto ignorato dalla stampa, anche a causa di risultati estremamente modesti, che lo relegavano sempre tra il quarto ed il sesto posto nelle competizioni repubblicani. ![]()
Come mai il grande favorito della battaglia del GOP è sparito dai giornali ed ha avuto solo risultati insignificanti? Semplice: per scelta strategica. La strategia, esplicita, di Giuliani è stata quella di evitare il possibile logoramento in competizioni considerati minori, come quelle avvenute fino ad ora, sperando invece in un logoramento dei rivali, e sperando, come in effetti è avvenuto, che nessuno dei contendenti repubblicani diventasse un chiaro favorito alla nomination.
Ed infatti l’avversario più temibile per i suoi mezzi, Mitt Romney, è uscito scottato da diverse competizione dove aveva molto investito, rifacendosi poi in alcuni stati minori, e l’intramontabile John McCain ha avuto qualche successo inaspettato, ma non ha fino ad ora travolto, seppure si sia trasformato nel rivale forse più temibile per Rudy, a leggere i sondaggi.
Una strategia, quindi, votata al risultato utilitaristico per Giuliani, consapevole che prima del 29 gennaio (data delle primarie della Florida), sarebbero stati assegnati 78 delegati, mentre tra il 29 gennaio ed il 5 febbraio si assegneranno ben 1039 delegati. Una strategia, però, anche rischiosa: aver annunciato esplicitamente di puntare il tutto per tutto sulla Florid, implica per Rudy l’obbligo di vincer, per tornare in primo piano sui media ed avere un effetto traino nel super martedì del 5 febbraio, quando si voterà in 22 stati, e le tematiche saranno molto più di livello nazionale che non di livello locale, come è invece stato fino ad ora.
20 Jan
In questa domenica che attende l’inizio di una settimana che potrebbe portare grosse novità nel nostro Paese,
decidiamo di rivolgere il nostro sguardo verso ovest, inaugurando qui un osservatorio sulle primarie americane, iniziate con i primi voti in Iowa ed in New Hampshire all’inizio del mese e che, tra caucus e primarie vere e proprie, stanno percorrendo gli States da est ad ovest e ritorno.Ora gli appuntamenti più importanti sono il voto in Florida il 29 gennaio, dove finalmente i grandi stati, quelli cioé che assegnano il maggior numero di delegati entreranno in gioco, ed il 5 febbraio, con il super martedì in cui saranno chiamati al voto ben 22 stati.Una battaglia che per ora ci ha dato solo gli antipasti, ma che entrerà presto nel vivo, con l’incognita dei rumors sulla discesa in campo anche di Michael Bloomberg, attuale sindaco di New York City.Tenteremo di darvi un po’ di notizie di prima mano, un po’ di notizie fresche e possibilmente non mediate dai giornali europei ed italiani, che hanno da sempre la pessima abitudine di dare per vincente solo chi piace a loro (e ricordiamo ancora oggi il grande successo di John Kerry, ex sfidante del Presidente Bush, che per tutti i giornali europei doveva stravincere ed invece perse di 3 milioni di voti).
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| JACK nomade, il vostro corrispondente dal fronte occidentale |
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| MILO informatico, cresciuto orgogliosamente a pane e Mac |