È un po’ che non posto… ma che ci volete fare, esami a luglio e un po’ di riposo ad Agosto… Comunque, c’hanno pensato gli amici dell’est a farmi tornare nei ranghi, con tanta voglia di dire al mondo cosa ne penso dell’attuale crisi tra Russia e Georgia, anche perchè a volerci capire qualcosa in tv si trovano solo tette, culi, e previsioni per il clima in spiaggia.

Comincerei col parlare un po’ della regione in questione, l’Ossezia, che non è uno stato finto creato da qualche autore di fumetti, ma una regione a nord del Caucaso, facente originariamente parte dell’Urss: allo scioglimento di questa si dichiarò indipendente, insieme ad un buon numero di altri stati che avevano vissuto la gradevole esperienza della dittatura sovietica.
Ma parte della popolazione, quella che abita a nord, preferì restare nella Federazione Russa, mentre il resto si unì alla Georgia, dopo un referendum che vide le genti dell’area pronunciarsi a favore dell’indipendenza con il 98,9% dei voti.
La Repubblica di Georgia così nata confina con il Mar Nero a ovest, con la Russia a nord, con l’Azerbaijian a est, e con Armenia e Turchia a sud.
La Russia non si oppose, perchè l’area era di poco interesse, visto che il grosso dei giacimenti petroliferi è situato in Ossezia del nord e nella vicina Cecenia (!), nonostante una piccola parte di coloro che entrarono a far parte del neonato stato (presumo quell’1,1%) si fossero dichiarati separatisti e organizzati in gruppi paramilitari, sia in Ossezia del sud che in Abkhazia.



Questo per un po’, poi cambia qualcosa: la novità si chiama Oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), costruito in 11 anni da un consorzio di aziende del settore energetico, tra cui British Petroleum, Total ed Eni (che entra nel progetto al 5%), per collegare i giacimenti del Mar Caspio al Mediterraneo, unico oleodotto a non passare in territorio russo e a non avere partecipazioni da parte di Gazprom.
L’inaugurazione avviene nel 2006 e casualmente, e sottolineo casualmente, a questo punto il governo russo si interessa alle attività dei ribelli separatisti, e pare che li finanzi in segreto con armi e mezzi, un po’ come facevano gli americani ai tempi delle dittature in Sud America. Molti di essi hanno anche ricevuto il passaporto russo.

La situazione diventa tesa, i separatisti compiono atti terroristici e l’esercito georgiano compie azioni repressive, ma sente sul collo il fiato del vicino russo e, vista la politica aggressiva dell’amministrazione Putin, la Georgia chiede ufficialmente di entrare nella Nato per essere protetta (uno stato facente parte della Nato non può attaccarne un altro, pena l’intervento di tutti gli altri stati facenti parte del patto), arrivando persino a mandare un contingente di 2500 uomini in Iraq per dimostrare le sue buone intenzioni.

La candidatura georgiana resta sulla pila di scartoffie per mesi (la Nato questa s’è l’è giocata male) ed arriviamo così all’Agosto di quest’anno, quando il presidente Georgiano lancia una offensiva molto cruenta contro i ribelli. Quindi, voi direte, allora la Georgia fa la parte dell’aggressore. No, non è proprio così, perchè la Georgia non ha attaccato un’altro stato sovrano, bensì truppe paramilitari sovversive di stanza dentro il proprio territorio nazionale: nessuna infranzione al diritto internazionale, ma una azione come può essere quella israeliana verso terroristi palestinesi, o quella francese verso i ribelli delle banlelieu, ecc.
La Russia però decide arbitrariamente di dover difendere i separatisti, nonostante tutto si stia svolgendo ben fuori dal confine russo, ovviamente per benevolenza verso quei popoli oppressi che sognano la libertà, mica per altri motivi. Allora porta una spropositata quantità di uomini e mezzi in Ossezia del sud e in Abkhazia (qui pare siano stanziate ora addirittura 9000 unità russe), fa decollare una 50ina di caccia e comincia una campagna di bombardamento.
Il risultato si chiama guerra, con georgiani da una parte e russi e separatisti dall’altra. E con nel mezzo circa 2000 morti (solo nei primi due giorni) e 40mila profughi (secondo le ultime notizie). Roba che in Iraq ci hanno messo settimane a “totalizzare” (pessimo termine, lo so) cifre del genere.
Le fonti russe parlano di azioni e bombardamenti solo nei territori interessati dai disordini, ma fonti del governo e persone fuggite dalle città parlano di bombardamenti fino a Tbilisi, la capitale. Pare inoltre che non si stiano colpendo solo obiettivi di interesse militare, tanto che il presidente Mikheil Saakashvili ha chiesto l’intervento del Tribunale Internazionale per i crimini di guerra.

Come si pone la Russia rispetto alla comunità internazionale, mentre avviene tutto questo? Pare che alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi Bush (che non dico sia un santo) abbia incontrato Putin e abbia chiesto spiegazioni, e abbia ricevuto in risposta un secco: “Ormai siamo in guerra”. A seguito la Casa Bianca ha diffuso una nota nella quale “deplora le azioni, pericolose e sproporzionate, della Russia in Georgia”, avvertendo che un’ulteriore escalation potrebbe avere “un impatto significativo nelle relazioni a lungo termine tra Stati Uniti e Russia”. In risposta il premier russo ha lanciato pesanti accuse agli americani, che stanno agendo indirettamente riportando in patria con i propri mezzi le truppe georgiane che fino a pochi giorni fa pattugliavano in Iraq.
Anche il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, si dice “preoccupato per l’uso sproporzionato della forza e per la mancanza di rispetto dell’integrità territoriale della Georgia”.

Solo ora mi appare molto lungimirante, devo ammetterlo, l’articolo di De Biase pubblicato a Luglio su Il Foglio, che riportava le preoccupazioni di Asia Times riguardo al riscaldarsi degli interessi economici e politici nell’area.

Tutto questa storia deve farci riflettere.
Troppo spesso negli ultimi tempi la Cina è stata additata come un problema, e questo non senza motivo: sappiamo bene che non è una democrazia, che non c’è libertà di stampa e di espressione, sappiamo cosa fanno in Tibet, e sappiamo quali sono le condizioni dei lavoratori che permettono loro di commerciare merci a prezzi che mettono in ginocchio la nostra economia…
Ma mentre noi guardiamo a sud-est, più a nord ci troviamo con una nazione che possiede enormi riserve di energia, eppure ha bisogno di fare guerre per rafforzare il proprio controllo, e di andare a piantare bandiere sulla calotta Artica in pieno stile colonialista, per riservarsi il diritto di trivellare anche lì. Una nazione che vanta di essere una democrazia ma che porta i cittadini a votare dentro seggi sorvegliati dai servizi segreti, vietando l’ingresso agli ispettori internazionali. Una nazione che non vuole che sia costruito un sistema di radar intercettori nell’est europeo, e di rimando fa ricominciare le esercitazioni militari sul pacifico e le sfilate di testate nucleari sulla Piazza Rossa, come si faceva in piena guerra fredda. Una nazione in cui giornalisti più intraprendenti e le persone che li appoggiano fanno una strana fine, soprattutto dopo aver mangiato al sushi-bar.

Ed a questa nazione i cui comportamenti sono sempre più moralmente discutibili noi non possiamo parlare nel tentativo di ricondurre tutti a più miti consigli: non possiamo perchè noi siamo quelli di fronte alla lama del coltello, rassegnati a una diplomazia immobilista che non conclude mai nulla, pena le ripercussioni sul nostro approvigionamento energetico, schiavi come siamo del petrolio e del gas che arrivano da Est.
Mi chiedo, come diavolo abbiamo fatto a barattare quel minimo di morale che avevamo per qualche barile di petrolio?
Quando è che ci accorgeremo che il petrolio non è solo una questione ambientale, ma anche e soprattutto un problema di libertà, politica e non?

Io non so cosa debba essere, se energia solare tra 20 anni o energia nucleare fra 5, la cosa che però mi aspetto da chi mi rappresenta ora è una legge, una riforma, un decreto, qualsiasi cosa che ci dia una minima indipendenza energetica, tale da poter tornare a giudicare gli avvenimenti del mondo per il loro essere buoni o cattivi, giusti o sbagliati; non più giudicarli in base a cosa è meno offensivo per la parte in causa che ci vende l’energia.
E se si deve ospitare Putin al mare, o se si deve cenare con lui in Siberia indossando un inguardabile colbacco, o se gli si deve telefonare, lo si faccia da pari, con la schiena dritta, non da finti amici asserviti, misurando le parole col bilancino e pronunciandole a denti stretti.

Dannazione, mi sento come Smithers, con dei petrolieri mafiosi ed alcolizzati di vodka a interpretare la parte del signor Burns.

PS | Ci sono molti dettagli che colpiscono di questa storia, uno dei meno tragici ma dei più curiosi è la reazione che vedo intorno a tutto il susseguirsi di eventi: cioè indifferenza. Non parlo solo di (dis)informazione, ma penso a girotondini, pacifisti, noglobal, e quant’altro… Nessuna manifestazione, nessuna bandiera russa (o georgiana) bruciata, nessuna “azione”. Si sono registrate solo poche manifestazioni da parte di emigrati georgiani davanti alle ambasciate russe (30 partecipanti a Milano, 150 a Roma).
Non lo so, ma mi viene da pensare, in modo ahimè malizioso, che i gruppi No War siano un tantino più ispirati solo quando c’è la possibilità di mettere in discussione la politica americana.
Ma no, magari mi sbaglio, del resto anche il pacifismo ha il diritto di andare in vacanza. No?

PPS | Ho battuto il record di prolissità detenuto da Jack! Yup! :D

Fonti | Times - Repubblica - Repubblica - Repubblica - LiberaliIsraele