Vince John Mc Cain. A 153 giorni dal voto americano, e dopo non averne azzeccata una nel corso delle primarie, mi lancio nell’ennesima scommessa, sperando questa volta di prenderci. A poche ore dalla chiusura delle primarie democratiche dopo cinque mesi di lotta fratricida, il risultato é un Obama che festeggia il numero di delegati per la convention di Denver, ed una Clinton che non menziona la parola sconfitta e che tantomeno riconosce la vittoria dell’avversario.

Il peggior risultato possibile per i democratici, che dopo una campagna che ha diviso nell’animo il partito ed il suo popolo, ora si ritrova in una situazione di tensione e di incertezza rispetto alle decisioni che Hillary prenderà.

Il contaggio finale dei delegati non é schiacciante a favore di Obama, che pure ha dalla sua la maggioranza, ma le tendenze, in politica, hanno il loro peso: Obama ha inaspettatamente guadagnato molti voti nella prima parte delle primarie, forte anche di un’ondata di novità e di atteggiamento mistico alimentato dalla stampa americana. Da quando pero’ l’effetto novità si é pian piano dissolto, Obama la ha prese, e spesso anche di brutto, dalla Clinton, con scarti che spesso hanno rasentato la soglia del doppiaggio, ed ha perso in tutti i grandi stati che tradizionalmente sono essenziali alla vittoria per le presidenziali di novembre.

L’analisi é piuttosto logica: l’effetto novità ha fatto accumulare un certo vantaggio ad Obama all’inizio, ma man mano che si scavava più a fondo sul candidato e le sue proposte, gli americani han man mano preferito abbandonare un generico e vuoto “Yes, we can” (il “si puo’ fare” di veltroniana memoria, che avrebbe dovuto sfondare al centro ed arrivare alla pari col centro-destra, e poi si é visto com’é andata) per chiedersi “what we can?”.

Non é da sottovalutare il momento particolare che l’economia mondiale attraversa, con incertezze sul futuro e nuove importanti sfide da affrontare, e gli elettori spesso dimostrano di preferire la concretezza e l’esperienza agli slogan bollicine ed al loro contorno di grande stampa e divi di Hollywood.

Da qui la quasi rimonta di Hillary, da qui la sua vittoria nel voto popolare e negli stati più importanti, da qui la sua tenacia a non mollare facilmente la battaglia.

Mentre da una parte ci si scannava per mesi, nel campo repubblicano troppo frettolosamente etichettato come perdente ancor prima che la corsa iniziasse, un uomo solo é al comando da molte settimane, e da ormai molto tempo ha iniziato la sua campagna presidenziale, con il partito compatto e soprattutto con un bagaglio di esperienza e concretezza che gli americani ben conoscono, dando quell’essenziale sensazione di rassicurazione di cui parlavamo sopra.

Una lotta intestina che dura da mesi e che non potrà non lasciare il segno nell’elettorato oltre che nel partito stesso, un candidato nuovo che col passare del tempo e man mano che si scava a fondo perde consenso e sbanda sensibilmente verso sinistra, un candidato estremamente conosciuto e popolare che ha già avuto modo di dimostrare la sua esperienza ed una situazione economica complicata; ecco perché, nonostante la sbornia dei giornali, dei divi e degli intellettuali, che ormai troppo spesso hanno dimostrato di essere totalmente scollegati dalla realtà e dal cosidetto paese reale, la partita di novembre corre su un solco già tracciato.

A meno che Hillary…