Sono passati appena dieci giorni dalla decisione degli Stati Uniti di eliminare la Cina dalla lista nera dei paesi che violano i diritti umani, che il mondo si trova di fronte alla prova di quanto sbagliata fosse questa decisione.

Il Tibet è per l’ennesima volta sotto assedio, dopo la rivolta repressa nel sangue del 1987, e dopo ormai quasi 50 anni di occupazione cinese, con un milione di morti, 6000 monasteri distrutti, le torture, ed i milioni di cinesi letteralmente importati nella regione, per far dei tibetani minoranza nella loro terra.img_5461.JPG

Un genocidio umano e, come ha detto pochi giorni fa il Dalai Lama, un genocidio culturale, con Pechino che tenta in ogni modo di distruggere le radici di un popolo e di una terra, addirittura vietando per legge l’esposizione del vessillo tibetano e delle foto del Dalai Lama stesso, capo spirituale prima ancora che politico dei tibetani.

Le menzogne del governo centrale (col governatore del Tibet, di etnia cinese, che se ne sta tranquillo a Pechino) parlano di 13 morti, imputandoli alle proteste dei tibetani, mentre la realtà, facilmente reperibile su internet, parla di militari e polizia che sistematicamente applicano la violenza contro i tibetani, che a molte decine vengono giornalmente massacrati. Tra questi, molti monaci, e si teme per la scadenza questa sera dell’ultimatum da parte dei cinesi. Dopo il 1987,fu instaurata la legge marziale per un anno.

Intanto in Europa e non solo divampano le proteste contro la repressione, e manifestazioni si contano davanti alle ambasciate e gli uffici consolari cinesi, e anche Parigi non è da meno, e circa 500 persone ieri pomeriggio si sono riunite di fronte all’ambasciata, per urlare la rabbia della comunità tibetana parigina e di chi è solidale con loro. Tante bandiere, striscioni, tantissime candele, incensi, per una manifestazione totalmente pacifica, ma che la polizia francese ha deciso di rendere agitata, dopo che un ragazzo si è arrampicato sull’ambasciata per toglier la bandiera cinese ed issare quella tibetana: lacrimogeni ed una piccola carica delle forze dell’ordine contro il resto dei manifestanti, colpevoli forse di festeggiare l’azione simbolica. I responsabili della polizia si sono poi preoccupati di informare subito la stampa che avevan restituito la bandiera cinese all’ambasciata, per evitare che magari poi la Cina dovesse protestare contro il governo (come è solita fare ogni volta che qualcuno protesta contro di loro, nel mondo), e d’altraparte la posizione francese è piuttosto chiara: non si interferisce sulle questioni territoriali altrui. Naturalmente solo se il Paese in questione ha più di un certo numero di abitanti ed un certo volume di scambi commerciali con la Francia, visto che per il Kosovo questa posizione politica non valeva.

Ma dopo i momenti di tensione, e dopo che tutti i manifestanti han deciso di sedersi sulla strada in silenzio in ricordo dei morti in Tibet, il tutto si è svolto pacificamente, con canti e preghiere tibetane, e cori di libertà. Qualche foto in più la trovate qui.

Per il momento, intanto, in Tibet si muore e, per quel che possa contare, il mio boicottaggio di quel paese, dei loro prodotti e delle loro olimpiadi insanguinate, è già cominciato.